Museo della treccia di Villarotta in Luzzara

A cura di Francesco Dal Pino
Scritto il 22 aprile 2014 | Argomenti: Musei, Storia | 0 Recensioni

 Chi faceva la treccia?
Le donne anziane, le giovani nei momenti di tregua dai lavori pesanti, le bambine per passatempo, e anche gli uomini durante la sosta invernale dai lavori della campagna. Nelle stalle, non v’era filos senza donne che intrecciavano i paioli. C’era anche una Scuola di treccia, a Villarotta, tenuta dalla Ester di Zachìa, che abitava proprio nelle stanzette della chiavica dove suo padre era addetto alla custodia: lei accoglieva le ragazzine e insegnava loro a muovere le ‘paglie’ per fare la treccia e ad usare i ‘ferri’ per fare le  “scapinelle” (calzini).
 Dove e quando fare la treccia?
Un po’ dovunque; ci si sedeva su basse seggiole spagliate davanti alla porta di casa, nei cortili, negli ànditi freschi e scuri d’estate, negli stanzini arrangiati alla meglio per stare più caldi (detti fnej o fnilin) d’inverno, o nelle stalle in campagna. Non di rado si vedevano trecciaiole entrare al cinema col traccino al braccio per continuarlo lì.
 Si faceva la treccia in ogni momento del giorno, specialmente di pomeriggio e di sera, sempre in compagnia. Merito delle lunghe trecce era quello di legare le persone in un rapporto amichevole; il treccino fra le dita era come il filo di una trasmittente che non aveva tregua: veloci le dita quanto veloce era la lingua per comunicare notizie di paese, di vicinato, i pettegolezzi, le verità e le mezze bugie. Fare la treccia era dunque per molte anziane anche un rimedio alla solitudine.
Non era certo una fonte di lauti guadagni: solo pochi spiccioli per ogni treccia di circa 64 metri, che servivano per pagare qualche debituccio, per togliersi un capriccio e, talvolta, per comperare il pane e la pasta.
Si contava sulla velocità delle mani, cioè sul numero di trecce fatte che si riusciva a lavorare in un giorno. Le più esperte facevano trecce con più di tre paioli (fino a 8-10, addirittura!) e guadagnavano di più.
Prima di essere consegnata al truciolaio, la treccia veniva stirata, passata col “cilindar” (slissin o rudlina) e misurata con il “pass” (“al slargà”) di un metro, sui cui pioli laterali veniva avvolta per una trentina di giri.
L’occhio esperto del truciolato (o del partidante, che distribuiva le ‘paglie’ alle donne) controllava al ritiro che il lavoro fosse perfetto e contava i mazzoni (i “slargà”) consegnati. L’attività del truciolo rallentava molto durante l’estate, perché il caldo asciugava il legno e le paglie con il rischio che si rompessero.

 

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